Nuovi propositi per il futuro

Nuovi propositi per il futuro

Ogni persona umana è un composto eterogeneo di materia meravigliosamente e pericolosamente vibrante. Se la materia stessa è viva, allora non solo la differenza tra soggetti e oggetti è ridotta al minimo, ma lo status della materialità condivisa di tutte le cose ne risulta accresciuto. Tutti i corpi diventano più che semplici oggetti, poiché viene posta in rilievo la potenza delle cose di resistere e agire in modo proteiforme. […] Lo scopo etico consiste ora nel distribuire generosamente valore ai corpi in quanto tali. Una tale ritrovata attenzione per la materia e per la sua potenza non risolverà il problema dello sfruttamento o dell’oppressione, ma può ispirare una maggiore comprensione del fatto che tutti i corpi sono imparentati, inestricabilmente invischiati in una fitta rete di relazioni. E in questo intricato mondo di materia vibrante, danneggiare una sezione della rete potrebbe benissimo equivalere a danneggiarsi a propria volta. Una concezione dell’interesse personale così illuminata ed estesa è un bene per l’umanità. Il materialismo vitale non rifiuta l’interesse personale come motivazione del comportamento etico, bensì cerca di coltivarne una versione più ampia. (Jane Bennett, Materia vibrante, un’ecologia politica delle cose, 2023, ed. Timeo)

Paradigmi fuorvianti

Per affrontare le crisi che colpiscono economie, ecosistemi e relazioni sociali, abbiamo bisogno di nuovi paradigmi per segnare una svolta significativa. Spesso siamo ingannati e nella confusione ci lasciamo convincere da risposte giuste a domande che però sono sbagliate. Molte valutazioni sono costruite per mezzo di indicatori di riferimento fuorvianti e non sempre in grado di cogliere il valore insito in molte pratiche sociali, valutazioni che si basano su criteri di astrazione che rendono solo parzialmente il valore reale delle cose e del loro impatto, deresponsabilizzando e producendo stili di vita insostenibili.

È necessario che visioni differenti ancorate maggiormente a una visione di insieme, a una concezione circolare di cause ed effetti, trovino la forza di rendersi egemoni rimettendo elementi, oggi catalogati come secondari, al posto giusto nei sistemi di valutazione del benessere collettivo.

Finché gli indicatori saranno formati da astrazioni isolate dall’insieme, prive di reciprocità, sarà difficile per la società agire virtuosamente. In molti potrebbero anche ambire a fare meglio, ma in sede di bilancio, si ricorderebbero che intraprendere politiche virtuose non è sempre una libera scelta. C’è un problema strutturale che ingabbia l’agire collettivo. Ogni struttura, specialmente quando assume un ruolo centrale, nasconde una matrice di significato culturale che andrebbe sottoposta ad attenta analisi. Serve una comprensione anche incompleta ma almeno adeguata della grandezza, intreccio e complessità dei problemi in cui siamo immersi, un cambio dei paradigmi che impediscono di cogliere con più esattezza l’entità del nostro agire collettivo e il risultante impatto sull’ambiente, sulla società e sul benessere delle persone.

Un nuovo utilitarismo

In una critica al PIL, per esempio, Stefano Zamagni e Paolo Venturi, sottolineano l’importanza di creare nuovi sistemi valutativi che “contribuiscano alla massimizzazione della capacità degli ecosistemi di trasformare i propri contesti di riferimento”. Ci servono visioni inclusive che attivino una partecipazione generalizzata ovunque sia possibile e l’emersione di metodologie più capaci di fare valutazioni appropriate. Ciò che dovremmo rivalutare è la reale utilità di ciò che riteniamo utile. Nuccio Ordine nel suo ultimo libro, L’utilità dell’inutile, scardina l’impianto utilitaristico in cui siamo immersi per riportarci a considerazioni più puntuali.

“Soprattutto nei momenti di crisi economica, quando le tentazioni dell’utilitarismo e del più bieco egoismo sembrano essere l’unica stella e l’unica ancora di salvezza, bisogna capire che proprio quelle attività che non servono a nulla potrebbero aiutarci a evadere dalla prigione, a salvarci dall’asfissia, a trasformare una vita piatta, una non-vita, in una vita fluida e dinamica orientata dalla curiositas per lo spirito e per le cose umane.

quali paradigmi per il futuro

Un’etica radicata nel concreto delle cose

Un’etica dovrebbe essere intesa come una vera e propria etologia (Deleuze), legata alla validazione di comportamenti che aumentano la nostra potenza di agire e gioire. Si tratterebbe di un’etica che, secondo Jane Bennett, “valorizza gli indicatori fisiologici più dei giudizi morali”. Le forme più spinte di neoliberismo  hanno acquisito il potere del dogma creando una morale per niente attenta ai diffusi segnali avversi degli indicatori fisiologici. Un sistema infatti che spesso fallisce l’obiettivo democratico di garantire a tutti un benessere concreto.

Per limitare le diseguaglianze in continua crescita e dare a tutti la possibilità di stare bene dovremmo provare a sperimentare altri strumenti, altre pratiche, altri concetti più orientati a una visione sistemica.

L’idea di un individuo portatore di un interesse individuale conflittuale, sempre più in competizione con tutti e tutto, si basa su un individuo astratto e per nulla concreto, isolato, non inserito nella rete infinita di relazioni di cui è costituto, se non a posteriori. Valorizzare la vita in generale e i benefici indiretti che questa cura generalizzata comporta non è un gesto altruista ma piuttosto il bisogno di un’abbondanza diffusa, il miglior modo per prenderci cura di noi stessi.

L’insieme è la cornice

Foster Wallace raccontò a una platea di laureandi una storiella. “Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve ragazzi. Com’è l’acqua? – i due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: che cos’è l’acqua? Anche noi siamo nella stessa condizione dei due pesci e ignoriamo le implicazioni che abbiamo con l’ambiente che ci permette di esistere. Perché è questo il punto, siamo una parte di un insieme i cui confini sono indefinibili, senza il nostro ambiente noi non saremmo nulla, non esisteremmo. Il problema è che, diversamente dai pesci, in quanto uomini siamo capaci di usare forze in grado di modificare l’ambiente che ci permette di vivere. Comprendere la cornice entro cui pensiamo e agiamo diventa allora dirimente.

 

 

 

Foto 1 di drmakete lab su Unsplash

Foto 2 di Max Bender su Unsplash

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